06 de diciembre del 2019
La Réplica La Réplica La Réplica La Réplica La Réplica



Spagna 1986. Si avvicinava il mio quattordicesimo compleanno. Alcuni amici di mio padre mi vollero regalare un disco -un LP a quell’epoca- e mi chiesero quale preferivo. Se avessi dovuto scegliere solo qualche giorno prima, gli avrei chiesto senza dubbio In the army now degli Status Quo. Però per casualità -o forse no- quella stessa mattina avevo ascoltato in un famoso programma radiofonico di musica commerciale una canzone inconsueta, che parlava di cose di cui normalmente le canzoni che si ascoltavano alla radio non solevano trattare, meno che mai in quella emittente.

Mentre quasi tutte si occupavano di argomenti come l’amore, la disillusione, l’estate, i tuoi occhi, la mia bocca, il tuo sorriso ed altre stupidaggini, la canzone in questione proclamava il bisogno di scappare dalla città, dal baccano della mondanità come modo per riuscire a incontrare sé stessi e raggiungere quella dimensione insondabile della vera libertà. Vi erano parole che in quel tempo non riuscivo a capire, però ebbero l’effetto di un’ affascinante martellata sul mio cervello di adolescente.

Anche la voce di quel cantante era speciale. Non era esattamente melodica e neppure particolarmente bella ma, nonostante tutto, possedeva un fascino inconsueto. Cantava in spagnolo, ma aveva chiaramente un forte accento che inizialmente non seppi identificare. Quando, poco più tardi, ebbi l’occasione di vedere il video di quel pezzo, constatai che l’aspetto di quel tipo -come non poteva essere altrimenti- era dei più stravaganti: spilungone e magro, con un enorme naso aquilino, occhiali dalla montatura nera e capelli spettinati. Un abito leptosomico composto da giacca e cravatta gli conferiva un aspetto da maestro che appare per caso nei programmi di musica per giovani e che accenna appena qualche movimento mentre canta. Così fuori luogo come un cammello in una grondaia. E, ovviamente, il fascino cha avevo avvertito all’inizio prese definitivamente il volo verso le porte di Sirio. Agli amici di mio padre chiesi un LP di quell’italiano di cui avevo ascoltato una sola canzone -che, a proposito- dava il nome al disco. In quel momento non sapevo ancora quanto quella decisione di adolescente, apparentemente frivola, avrebbe in realtà influenzato i miei gusti e, perché no, la mia vita. Ero perso. Quel disco era Nomadi e quel cantante italiano, per la precisione siciliano, era Franco Battiato.

Accade spesso che dal 75% delle canzoni di un disco si possa sinceramente prescindere e ci si può ritenere soddisfatti se alla fine ve ne sono due o tre che valgono la pena d’essere ascoltate con attenzione. Ciò non accadde con quel disco. Avevo paura di andare oltre il primo tema –Nomadi per la precisione- perché temevo che ciò che sarebbe venuto dopo mi avrebbe deluso. Ma quando finalmente mi feci coraggio, arrivarono la critica Bandiera bianca, l’esotica Voglio vederti danzare, la spaziale Via lattea o l’orientale L’era del cinghiale bianco, seguite da un lungo etc… Tutte -assolutamente tutte- le canzoni di quel disco mi lasciarono letteralmente senza fiato. In poco tempo seppi alla perfezione tutte le strofe delle sue composizioni e perfino i miei familiari le canticchiavano nel corridoio di casa, tanto suonavano a tutto volume nel giradischi. Mentre i miei amici ed i miei vicini ascoltavano cose normali per quell’età come Dire Straits, Queen, Pink Floyd o Deep Purple -erano altri tempi- e costruivano la propria identità musicale con gruppi considerati punti di riferimento nel panorama universale, io creavo la mia personalità al ritmo di Voglio vederti danzare e Centro di gravità permanente– cosa ci si può aspettare da una canzone che s’intitola così!-. Ero condannato ad essere un eccentrico disadattato con aspirazioni intellettuali. Ero destinato ad essere ciò che sono oggi.

Alla fine degli anni ‘80 Battiato era molto conosciuto in Spagna e quasi tutta l’attuale generazione di quarantenni e cinquantenni lo individua senza problemi, addirittura riconosce alcune delle canzoni sopra citate. In realtà la maggioranza lo ricorda -più che per se stesso- per la famosa e divertentissima parodia del duo comico “Martes y Trece”. Per chi non l’abbia ancora vista, immaginatevi Josema Yuste mascherato da Franco Napiatto con una gabardine, seduto ieraticamente sul palcoscenico e con occhiali con naso alla Groucho Marx, che canta con voce nasale frammenti di Voglio vederti danzare. Mentre, sullo sfondo, appare Millán Salcedo vestito da gallina psichedelica, facendo i cori e ballando come un robot. Sono assolutamente convinto che Martes y Trece seppero captare alla perfezione l’essenza comica di Battiato e quella componente di auto-parodia che -sono sicuro- lui stesso conosce bene e addirittura incoraggia. Che cosa si può aggiungere a uno sketch su Battiato che canta quello che canta e si muove appena sul palcoscenico? Beh, una gallina surrealista che fa i cori. È chiaro. Tutto fuori dalle regole e dai comportamenti convenzionali, portato all’eccesso, come è proprio del cantante siciliano. Semplicemente geniale.

Qualche anno dopo -a quei tempi non esisteva ancora internet- seppi che Battiato aveva realizzato una brillante carriera in Italia e che prima di lanciarsi a cantare canzoni “leggere” -anche se utilizzare quest’aggettivo per definire Battiato risulta in realtà un ossimoro-, si era cimentato nella musica sperimentale, nel rock progressivo psichedelico e nella musica elettronica. Qualcosa di tutto questo era dovuto rimanere in lui. Addirittura rappresentò l’Italia nel programma di Eurovisione del 1984 raggiungendo sorprendentemente un meritato quinto posto -dato curioso, la Spagna gli assegnò il massimo punteggio-. Dico sorprendentemente perché la canzone che Battiato compose ed interpretò per l’occasione, assieme alla bellissima Alice, fu I treni de Tozeur, un brano che fuoriusciva evidentemente dai canoni di un concorso pop come quello di Eurovisione. Inoltre, l’argomento non poteva essere più singolare: il testo parlava di una línea ferroviaria di Tunisi, antico símbolo della ricchezza dell’imperatore tunisino prima della proclamazione della Repubblica. E se questo non bastasse, la canzone prevedeva la presenza di tre mezzi soprani che interpretavano una parte de Il flauto mágico di Mozart in tedesco. Immaginatevi la faccia del pubblico. E nonostante tutto arrivò quinto.

Questo è il merito di Battiato: rendere popolare ciò che in realtà è profondo e complesso. Molti anni dopo, durante un viaggio a Tunisi, una delle prime cose che feci fu salire sul treno diretto a Toseur per ripercorrere una parte del cammino che unisce la suddetta città con Metlaoui, passando attraverso la catena montuosa dell’Atlas. Volli vedere con i miei propri occhi quei paesaggi che avevano ispirato la canzone. Nel momento in cui il cielo incontra il deserto ed il treno sembra galleggiare sull’arena, compresi il vero motivo che dette origine a quella composizione di Battiato.

Ho già accennato qualcosa sulla tematica delle canzoni di Battiato. La maggioranza delle volte le sue strofe -con o senza la collaborazione del suo grande amico, il filosofo e compositore Manlio Sgalambro- trascendono la musica. Affrontano i temi più svariati ed etereogenei. Vanno dal sufismo -la sua opera Genesi– alla teoría dei somatotipi –Fisiognomica, passando dall’epoca della Russia Sovietica –Prospettiva Nevski– alla Berlino della cortina di ferro –Alexanderplatz-. Possono parlare dell’ascetismo e della spiritualità –E ti vengo a cercare, L’ombra della luce-, della mitologia –Atlantide-, della filosofia orientale –Zai Saman o della metafisica –Le sacre sinfonie del tempo-. Gran parte di esse realizzano dure critiche sociali o politiche, o biasimano in forma diretta la natura umana debole e decadente –Up patriots to arm, Inneres Auge, Povera patria. Altre trattano del tempo, dell’universo e del senso della propria esistenza –No time, no space-. A volte realizza addirittura versioni di canzoni famose appartenenti ad altri autori –Roby Tuesday, Hey Joe, La canzone dell’amore perduto-. In ogni caso sono pura poesia. Una poesia profonda e mistica presente in ciascuna delle sue canzoni, perfino quelle dall’argomento più assurdo –Centro di gravità permanente– o di tipo sessuale –Fornicazione-. Ed ovviamente una poesia piena di simboli che attraversano l’anima e di cui intuisci il significato anche se non sai bene di cosa trattano esattamente.

Curiosamente non sono molte le canzoni che parlano dell’amore -umano-, ma quando tratta il tema lo fa come nessun’altro -mi azzarderei a dire- lo ha fatto mai. In particolare tre canzoni: La stagione dell’amore, Sentimento nuovo e La cura, quest’ultima in collaborazione con Manlio Sgalambro. Opere che possono essere state scritte solo da qualcuno che abbia sperimentato l’amore -e il disamore- nei suoi molteplici e poliedrici aspetti, dallo strettamente materiale al più delicato piano metafisico. Soprattutto La cura è, a mio avviso, la dichiarazione d’amore più profonda e commovente che abbia mai ascoltato. La canzone che mi sarebbe piaciuto scrivere. La canzone che giustifica tutta una carriera musicale e, pertanto, tutta una vita.

In ogni caso, chi abbia ascoltato Battiato per anni, percepisce che nel fondo delle sue composizioni soggiace la lotta contro l’inevitabile dualità umana, così come la ricerca di un’Unità -con la maiuscola- che possa fondere in sé l’entità materiale e spirituale dell’essere umano. La ricerca di una fusione con il Tutto -pure in lettera maiuscola-, con una specie di demiurgo che molti chiamano Dio, senza dar nessuna importanza a come ognuno se l’immagina, metafora del senso profondo che giace sotto la superficie dell’apparenza. Quest’apparente e spesso infruttuoso superamento della dualità che descrive così elegantemente Nikos Kazantzakis nella prefazione della sua opera L’ultima tentazione:

“Fin dalla mia gioventù, la mia angoscia più profonda, la fonte di tutte le mie gioie ed amarezze è stata questa: la lotta incessante ed implacabile fra la carne e lo spirito. […] E la mia anima è il campo di battaglia in cui si fronteggiano i due eserciti.”

In alcune occasioni, questo superamento della dualità alla ricerca dell’Unità si manifesta esplicitamente nelle sue strofe -“Cercare l’Uno al di sopra del bene e del male” in E ti vengo a cercare o “Lungo il transito dell’apparente dualità” in Nomadi-. Altre volte viene solo accennata in qualche canzone e si rivela solamente quando si effettua una lettura più accurata -come nel caso de L’ animale-. Battiato è un mistico, concetto molto più elevato rispetto al limitato termine “religioso”. È un uomo che lotta contro la disperazione provocata dalle passioni umane e pretende di trascenderle. Battiato è un uomo che vive nel mondo senza però appartenere al mondo.

Per tutti questi motivi, non c’è da sorprendersi per la sua intima connessione con gli insegnamenti di Mevlânâ, conosciuto pure come Rumi, ai quali si è dato il nome di sufismo. Il sufismo è una dottrina religiosa ascetica e mistica dell’Islam, eterodossa e panteísta, che aspira a un’unione mistica con Allah attraverso un cammino composto da una serie di tappe iniziatiche. Così Battiato sembra seguire i precetti di Gurdjíeff, quando quest’ultimo dichiarava:

“L’evoluzione dell’uomo è il risultato della crescita e dello sviluppo interiore individuale; quest’ apertura interiore è la meta di tutte le religioni, di tutti i cammini […], però richiede una conoscenza diretta e precisa che si può acquisire soltanto […] attraverso un prolungato studio di se stessi”.

Oltre al senso profondo delle sue strofe in cui si rivelano le influenze sufi, non sono poche le canzoni in cui Battiato nomina i famosi dervisci rotanti –Il re del mondo, Voglio vederti danzare-, monaci seguaci di Rumi che raggiungono l’estasi religiosa attraverso la ripetizione di litanie sacre e di una danza simbolica dove girano su se stessi con una mano rivolta al cielo e l’altra verso la terra. Inoltre introduce la presenza dei dervisci nella menzionata opera Genesi e ha intitolato uno dei suoi dischi più famosi Echoes of Sufi Dances.

Gran parte di ciò che so sul sufismo lo devo a Battiato. Quando nel 2003 percorsi la penisola dell’Anatolia con destinazione Siria in compagnia di un gruppo di amici -alcuni dei quali pure ammiratori di Battiato e delle opere di Rumi-, una delle nostre fermate obbligatorie fu il monastero dei dervisci di Konya, epicentro del sufismo e luogo in cui riposano i resti mortali del santo Mevlânâ. In quell’occasione -come del resto in molte altre della mia vita- i versi di Battiato s’impossessarono della mia mente mentre osservavo, circondato da un silenzio ascetico, la tomba dorata del fondatore del sufismo: nei vestiti bianchi a ruota… echi delle danze sufí.

Osservato da un’altra prospettiva, del Battiato mondano sappiamo ben poco. È vegetariano ad oltranza, astemio, smise di fumare più di quindici anni fa e poco o niente si conosce riguardo alla sua vita privata, incluso il suo orientamento sessuale -è curioso per me constatare come in questo senso assomigli sotto vari aspetti ad un altro dei miei cantanti fetiche: Morrissey-. E non ve ne è neppure bisogno. Quello che conosciamo per certo è la sua amicizia intima con il citato filosofo Manlio Sgalambro, recentemente scomparso, che conobbe verso la metà degli anni 90 e che divenne da allora il suo migliore amico, oltre che compositore di molte delle sue opere. Su Battiato si sono fatti e ancora si fanno seminari ed addirittura dottorati di ricerca incentrati sulle sue composizioni. E non c’è da stupirsi. Ricordo che nel 1996 m’iscrissi a un dottorato presso l’Università di Siviglia. Logicamente scelsi i corsi collegati al Dipartimento di Psicologia, che era la mia carriera universitaria. Era già trascorso un po’ di tempo quando casualmente detti un’occhiata ai corsi offerti dagli altri ambiti di studio e ne scoprii presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione uno che s’intitolava: Franco Battiato: Testo, Musica e Cosmovisione, impartito dal Dott. Manuel Ángel Vázquez Medel. Purtroppo era troppo tardi per iscrivermi. La mia frustrazione fu immensa.

Battiato prese parte addirittura alla vita politica durante un breve periodo, quando accettò la carica di Assessore regionale al Turismo della regione Sicilia a condizione di non ricevere nessun compenso economico. Purtroppo la sua carica non durò molto, visto che fu interrotta in modo fulminante per aver definito “troie” i parlamentari italiani durante un incontro instituzionale nel Parlamento Europeo. Le sue parole esatte furono: “Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa […]. È una cosa inaccettabile, sarebbe meglio che aprissero un casino”. Genio e figura esemplare. Battiato non è fatto per le cose terrene. In senso quasi letterale: difatti all’asteroide 18556, scoperto nel 1997, fu dato il nome di Battiato in onore al famoso cantante siciliano. Leggendo alcune informazioni sulle caratteristiche principali di questo asteroide, non posso evitare di pensare che in realtà si stia descrivendo l’uomo Battiato, perché Battiato-asteroide orbita a una distanza media dal Sole di 3,0561 ua, con una eccentricità di 0,0173. Effettivamente, tanto l’uomo Battiato come l’asteroide si trovano già a una grande distanza dal pianeta Terra. Prima o poi, quando Battiato abbandonerà i suoi resti mortali, rimarrà per sempre in quello che è il suo spazio naturale, fra le stelle. Noi provinciali dell’Orsa Minore alla conquista degli spazi interstellari… cantava in modo premonitore in Via Lattea.

Con tutto ciò, non ho ancora menzionato l’aneddoto che da il titolo al presente articolo. Era il 2005 e a quel tempo avevo formato un gruppo di musica tradizionale chiamato La Jambre. Posso dire che eravamo piuttosto conosciuti nel piccolo mondo della musica folk. Quell’anno editammo il nostro primo disco e, come un padre orgoglioso, ne volli regalare uno a Battiato. Era giusto così: la sua musica mi aveva dato delle soddisfazioni enormi nel corso della mia vita e adesso volevo ringraziarlo modestamente regalandogli la mia. In qualità di stalker cibernetico, dovetti fare un sacco di ricerche su internet per ottenere il suo indirizzo; fin quando il presidente del suo club di fans in Italia mi consigliò vivamente -e per esperienza propria- di contattare Battiato attraverso l’indirizzo postale della sua casa editrice. Effettivamente, Battiato aveva fondato decenni fa una casa editrice chiamata L’Ottava con sede a Catania, la quale si dedicava, e non poteva essere altrimenti, a pubblicare in lingua italiana le opere di Gurdjieff, libri sul sufismo e sulla spiritualità. A quei tempi Battiato stava girando il suo secondo film -non avevo detto prima che Battiato, oltre ad essere un compositore e cantante, è pure regista e pittore?- intitolato Musikanten, dove raccontava gli ultimi anni della vita di Beethoven. La mia sorpresa fu enorme quando scoprii che Battiato aveva scelto per interpretare Beethoven il mitico Alejandro Jodorowsky. Quelli che mi conoscono, sanno molto bene che Jodorowskj, questo vecchio sciamano saggio e pazzo, è per me un altro grande punto di riferimento. Sembrava che le stelle si fossero allineate per unire due dei miei idoli personali. Anche se, pensandoci bene, tutto rispondeva a una logica invisibile: Dio li fa e poi li accoppia. Così iniziai a scrivere una lettera di mia propria mano -dentro di me pensavo che a Battiato sarebbe piaciuto molto di più ricevere un testo scritto a mano invece di usare il computer- raccontandogli tutto ciò che la sua musica aveva significato nella mia vita, che volevo fargli il povero omaggio del mio disco e che speravo che il suo film con Jodorowskj avesse il successo che sicuramente meritava. Comprai una busta imbottita, vi misi dentro la lettera ed il disco e lo mandai come raccomandata a Catania. E passò il tempo.

Arrivò l’estate e me ne andai in viaggio. Quando tornai, trovai nella buchetta della posta la ricevuta di una raccomandata. Il postino non si era disturbato minimamente a scrivere il nome del mittente. Aveva solamente scritto con una brutta calligrafia una parola incerta nello spazio destinato al paese di provenienza: “Italia”. Provenente dall’italia? Inmediatamente pensai che quella lettera doveva essere la tanto desiderata risposta di Battiato che non mi sarei mai aspettato di ricevere. La ricevuta m’informava che avevo a disposizione quindici giorni di tempo per ritirare la lettera presso le Poste, altrimenti si sarebbe proceduto al suo renvio al mittente. Guardai la data, esattamente quel giorno scadeva il quindicesimo giorno della sua spedizione. Corsi superando le correnti gravitazionali fino alle Poste. Dopo un’interminabile coda riuscii finalmente a dare la notifica al dipendente, che cercò la lettera durante alcuni minuti eterni fra i cassetti. “Mi dispiace”, mi disse, “questa lettera è stata rispedita indietro proprio questa mattina”. La mia delusione si trasformò in disgusto quando gli chiesi se era possibile sapere il nome o l’indirizzo esatto del mittente, al che l’impiegato mi rispose che se non lo aveva scritto il postino nella notifica era ormai impossibile saperlo.

Frustrato, tornai a casa sotto il sole d’estate, essendo consapevole del fatto che non avrei mai saputo con certezza se quella lettera era di Battiato o no. In ogni modo, sono sempre stato dell’opinione che la realtà non deve rovinare una bella fantasia, cosicché mi convinsi che, effettivamente, quella lettera non poteva essere di altri che Franco Battiato. In questo caso, che cosa mi voleva comunicare? Immaginai che potesse contenere qualcosa come “grazie” e poco di più e che probabilmente non era stato neppure lui a scriverla; forse qualche segretario o dipendente della sua casa editrice. Però rimarrà sempre la possibilità che il contenuto di quella lettera potesse essere più di un semplice ringraziamento. Vivrò per sempre con questa incertezza.

Trent’anni dopo l’irruzione di Battiato nella mia vita, ebbi finalmente l’opportunità di vederlo dal vivo. Le altre volte in cui era venuto in Spagna mi era sfuggito e pensavo che a questo punto della vita -ha già settantaquattro anni compiuti, la stessa età dei miei genitori- il suo ritiro sarebbe stato ormai vicino e sarei rimasto così con la spina nel fianco di non averlo potuto vedere ed escoltare dal vivo. Inoltre, poco tempo prima si era rotto una gamba cadendo dal palcoscenico durante un concerto e le sue performances negli ultimi tempi si potevano contare sulla punta delle dita. Nonostante tutto, per fortuna, di nuovo gli astri furono a mio favore.  Giovedì 13 luglio 2017, a Malaga, potei finalmente godere del concerto dell’autore delle molte canzoni che hanno accompagnato una gran parte della mia esistenza.

Battiato era finalmente davanti a me. Lo avevo abbastanza vicino, a circa quindici metri di distanza. Arrivò senza far rumore, come se stesse levitando fra gli applausi e le ovazioni del pubblico. Mi chiesi a quante persone lì presenti le sue canzoni avevano cambiato la vita come lo avevano fatto con la mia. Distolsi la mia attenzione dal palcoscenico ed osservai per un momento i volti del pubblico. Senza dubbio a tante, pensai fra me e me. I loro volti me lo dicevano. Manifestavano una devozione ed una venerazione che andava molto oltre la semplice ammirazione verso un cantautore di culto. Vedevano in lui, come lo vedevo io, un saggio, un mistico contemporaneo, un dotto che aveva scelto lo strumento più bello creato dall’essere umano per trasmettere la sua saggezza: la musica. Cosicché mi concentrai in ciò che stava per succedere. E Battiato cantò, per tutto il publico, lo so, ma io sentii che era come se cantasse solo per me.

E visto che al momento di esprimere la profondità delle emozioni le parole sono sempre goffe e limitate, preferisco riferire solo lo stretto necessario di ciò che sentii. Solo aggiungere che, alla fine del concerto, ebbi la tentazione di andarlo a trovare nel suo camerino. Non sono fatto per queste cose, visto che mi pervade un profondo imbarazzo; inoltre, so per esperienza che la maggioranza dei musicisti non ama dover sopportare gli eccentrici ed i fanatici dopo un estenuante concerto. Però, per un momento, sentii il bisogno di chiedergli informazioni su quella lettera. Sapevo che era una stupidaggine, perché sicuramente non se ne sarebbe mai ricordato. La mia ragazza m’incoraggiava, addirittura andammo fino ad alcuni passi dal cancello controllato da un agente di sicurezza che separava il palcoscenico dalla zona riservata ai musicisti. Già si stava raccogliendo un gruppo di fans che speravano di poter vedere da vicino il vecchio maestro sufi o di farsi una foto con lui. Illusione vana, pensai. So che Battiato mantiene sempre le distanze, perché lui sa, come lo so io grazie ai miti classici, che l’inaccessibile è sempre più affascinante e si riveste di un velo di mistero che la realtà può soltanto rovinare. Non avrebbe rilasciato neppure un’intervista durante la sua tournée spagnola, avevo letto nei giornali. Cosicché mi fermai improvvisamente e dissi alla mia compagna: “No, andiamo via”.

E mentre ritornavo sui miei passi e mi allontanavo definitivamente dalla remota possibilità di conoscerlo, seppi che non sapere è una forma di saggezza, perché nel mondo dell’incertezza regna l’immaginazione, dove tutto è possibile.

Testo: Antonio Romero Moreno

Traduzione: Francesca Ceccherini

Foto: diritti dei rispettivi autori

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Antonio Romero

Doctor en Psicología por la Universidad de Sevilla. Profesor en el departamento de Psicología de la Universidad de Cádiz. Es autor y coautor de diversos libros académicos, a destacar “Psicoterapia” (Absalon ediciones, 2010) y Psicología del ciclo vital: desajustes y conflictos (El gato rojo, 2012), así como de diferentes artículos en revistas especializadas.
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    Una Réplica

  1. xavier

    Para mi también hay un antes de B y un después de B, letras, temas, ritmos todo era diferente y todo me decía algo, era rompedor diferente a todo lo que se oía, hasta los temas mas comerciales no iban a la estela de lo que funcionaba en cada momento.
    Nómadas fue, también mi punto de partida y cada vez que oigo La Cura me produce escalofríos y seguramente no hay mejor declaración de amor y de protección hacia alguien que quieres.

    Que importa como sea en su vida personal, me pasa con B como con Cohen, no los he visto en directo nunca y me recuerda una letra de una canción que en una estrofa dice :
    «… como explicar que me vuelvo vulgar al bajar del escenario»
    «…..lo inaccesible siempre es más fascinante y lleva un velo de misterio que la realidad solo puede arruinar….»

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